Imprese Longeve


Caffarel: il cioccolato (e non solo) tra industria e artigianato

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Da quasi due secoli Caffarel segna con la qualità dei prodotti e la ricercatezza delle confezioni la storia e la realtà dell’industria dolciaria e del cioccolato italiano, che trovano in Torino un’accogliente capitale. Il lungo e non sempre facile percorso della Caffarel testimonia la forza di un modello d’impresa tenacemente ancorato alla produzione di qualità sia nella dimensione artigianale che in quella industriale e al tempo stesso capace di anticipare e intercettare i mutamenti nel gusto e negli stili di consumo.

Anni Ottanta. Una ristrutturazione per lo sviluppo

Gli anni Ottanta sono segnati anche nel settore alimentare e dolciario da un processo di profonda ristrutturazione verso un aumento della produttività e dei margini operativi delle aziende, riducendone i costi, tramite l’introduzione di processi automatizzati e la razionalizzazione degli assetti produttivi così da generare un aumento del 20 per cento nella produzione del settore dolciario, passato dal 12 al 20 per cento sul totale alimentare.

I consumi di prodotti dolciari aumentano del 36 per cento, in particolare dei prodotti industriali, anche per la crescita della grande distribuzione nella commercializzazione che allenta il legame tra dolci e festività molto forte nella percezione del consumatore italiano, peraltro ancora agli ultimi posti nel consumo di prodotti a base di zucchero e cacao. Ne traggono particolare impulso le vendite di prodotti a uso quotidiano, con funzione di scorta e da ricorrenza, nella progressiva affermazione delle marche commerciali.

Mentre nel decennio precedente è stata l’industria di Stato a inserirsi con forza nel settore tramite la Sme, adesso sono le multinazionali straniere a entrare, acquisendo imprese italiane come la Sperlari nel 1981, passata alla Heinz; la Lazzaroni nel 1985, comprata da Campbell; la Buitoni-Perugina, ceduta dalla Cir di De Benedetti alla Nestlé nel 1988.

In tale contesto, la Caffarel (in realtà Helca) si misura con le caratteristiche nuove della produzione e del mercato, rendendo operativo un progetto di «ristrutturazione del vertice» definito nel 1981 con l’obiettivo di adottare un sistema organizzativo e decisionale aderente alle mutate dimensioni aziendali e allo scenario complessivo.

Infatti, l’eccessivo coinvolgimento del vertice nelle decisioni operative impediva di definire in maniera tempestiva e sistematica linee strategiche adeguate, creando problemi alla funzionalità aziendale. Di qui la decisione di delegare ai responsabili operativi le funzioni tipiche delle direzioni settoriali e di separare anche al vertice l’elaborazione strategica dalla direzione operativa. Di conseguenza, nel 1982 viene sciolto il comitato direttivo composto da Calisto Audiberti e Carlo e Hans Bächstädt: Calisto e Carlo sono nominati amministratori delegati mentre Hans diventa il direttore generale della nuova struttura, ma per poco tempo perché, a causa di divergenze sulla ristrutturazione in atto, lascia il vertice della società pur restandone azionista, nel 1983.

Nello stesso anno viene messo a punto il piano di sviluppo triennale della commercialità teso a un ampliamento della clientela e al miglioramento dell’immagine dei prodotti, con notevoli investimenti in impianti e risorse umane, opportunamente formate per garantire maggiore professionalità, soprattutto nel rapporto con gli esercizi di prestigio che forniscono il nucleo fondamentale del portafoglio aziendale. Altrettanto forte è l’impegno nella creazione di nuovi prodotti, in particolare nel 1984 - forse l’anno più significativo da questo punto di vista nella ultracentenaria vicenda aziendale - quando si propongono novità importanti nel campo degli sfusi e dei prodotti da banco, sempre con la tradizionale cura nelle confezioni, tipica di quel marchio Caffarel che tre anni dopo, nel 1987, ritorna, come Caffarel Spa, nella ragione sociale dell’impresa sostituendo Helca Spa.

Le scelte strategiche e di ridefinizione della struttura d’impresa impattano positivamente sulle performance. Infatti, come nel decennio precedente, anche gli anni Ottanta sono segnati da bilanci in utile, con gli indicatori fondamentali sempre in crescita e aumenti di capitale fino a 4,2 miliardi di lire.