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Ferrino

Ferrino: dal camping all'outdoor

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Dal 1870 la Ferrino ha percorso un lungo viaggio di successo aggiornando nel tempo l’innovazione di prodotto delle origini. A partire dall’impermeabilizzazione dei tessuti, inedita per l’Italia di fine Ottocento, ha via via messo in valore il know how originario in continua evoluzione, applicandolo a una gamma crescente di prodotti. Dalle tende per camping e usi militari e civili alle tende tecniche per escursionismo e alpinismo, fino all’outdoor, declinato nelle più svariate versioni, l’impresa torinese, rimasta familiare, ha sempre tempestivamente intercettato i mutamenti della domanda nella sua nicchia di mercato.

Tra ristrutturazione e delocalizzazione. I prodotti per l’outdoor

Con Alberto, la Ferrino vince la concorrenza della Sicea-Moretti e, supportata da una buona rete di agenti, diventa l’unico offerente italiano nella sua nicchia di prodotto, in competizione con le grandi aziende francesi come Trigano e Cabanon.

Tuttavia, ancora negli anni Sessanta il fatturato cresce lentamente. L’aumento è modesto anche negli anni del boom economico che per la Ferrino non è decisivo come per buona parte delle imprese italiane. In realtà, l’Italia arriva tardi all’appuntamento di massa con le ferie contrattualmente riconosciute e retribuite e anche con il tempo libero vissuto en plein air praticando il campeggio. Questo tipo di loisir si diffonde in larga misura nel decennio successivo, negli anni Settanta, quando, non a caso, il fatturato della Ferrino cresce, in controtendenza con il ciclo generale. La casa torinese, infatti, è in grado di cogliere l’opportunità offerta dalla pesante crisi economica - ed energetica - che sollecita comportamenti all’insegna del risparmio, della scoperta di un rapporto più diretto con la natura, quindi a favore del camping.

Ma, per realizzare le nuove prospettive che Alberto individua sul finire dei Sessanta, la Ferrino deve affrontare con successo i problemi tipici di una piccola impresa in crescita, come la necessità di reperire rapidamente le risorse imprenditoriali e finanziarie indispensabili per rispondere in maniera efficace alle esigenze di sviluppo.

La soluzione adottata consiste nel coinvolgimento di altri soci. Alberto Ferrino li trova nella famiglia Rabajoli. Sono amici di vecchia data, proprietari di un’impresa siderurgica in Val di Susa, la Cravetto, poi ceduta ai Ferrero.

Ferrino e Rabajoli, con partecipazione paritaria, fondano nel 1971 la Ferrino e C. spa, guidata da due amministratori delegati che decidono in sintonia, Alberto Ferrino, impegnato nella parte tecnica ed Edoardo Rabajoli, nella parte amministrativa.

I due soci vendono lo stabilimento torinese e, sfruttando le agevolazioni per le aree depresse, ne costruiscono uno nuovo a Givoletto nei pressi della Val di Susa, utilizzando un prestito dell’Imi.

Mentre la Ferrino sfrutta la congiuntura favorevole per il camping e aumenta il giro di affari nel corso degli anni Settanta, i costi di produzione subiscono una forte impennata a partire dal costo del lavoro e mettono fuori gioco l’impresa, non più in grado di vendere sul target di prezzo del mercato europeo che è il suo riferimento obbligato. Il rischio della chiusura si fa concreto se non si procede con rapidità e decisione.

Ferrino e Rabajoli perseguono due linee di intervento intrecciate tra loro.

Da un lato avviano una drastica e dolorosa ristrutturazione a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta con una riduzione del personale, che passa da circa 70 a 30-35 unità nello stabilimento di Venaria, aperto nel 1984 tramite la vendita di quello a Givoletto.

D’altro lato iniziano a delocalizzare larga parte della produzione all’estero, affidandola a imprese di paesi in cui i costi - in particolare del lavoro - sono notevolmente più bassi, con una scelta strategica anticipata in confronto alla concorrenza diretta, anche francese - che, al contrario, paga duramente la mancata o ritardata delocalizzazione - e in generale rispetto al settore tessile-abbigliamento francese e anche italiano.

I primi passi e accordi in questa direzione sono compiuti tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta in Europa dell’Est, nella Repubblica democratica tedesca (DDR), in Polonia e in Romania, dove si fanno costruire le tende meno complesse mentre quelle più tecniche vengono prodotte ancora in Italia insieme alla grosse tende per usi civili.

Con la seconda metà degli anni Ottanta la Ferrino si rivolge a imprese del Sud Est asiatico, prima in Corea - dove impianta anche un’azienda produttrice di tende, presto chiusa - e a Taiwan, poi, quando anche in Corea il costo del lavoro aumenta, nelle Filippine e in Cina, facendo lavorare materie prime di origine coreana almeno fino ad anni recenti, allorché la Cina ne dispone di proprie. I prodotti vengono realizzati su specifiche della Ferrino - che progetta, costruisce i prototipi e controlla la qualità - sempre da imprese locali per evitare le incertezze dell’evoluzione molto rapida in atto nelle economie e società orientali.

Gli effetti di questa precoce delocalizzazione si fanno sentire con un aumento del fatturato - triplicato nel decennio 1985-1995, da 6 a 18 milioni in euro - dopo la sostanziale stagnazione nei primi anni Ottanta, e con un ritorno degli addetti su livelli vicini a quelli precedenti la ristrutturazione, ma adesso in netta prevalenza impiegati  (tecnici, commerciali e amministrativi).

Nei fatti, la delocalizzazione risulta efficace anche e soprattutto perché s’intreccia all’altrettanto tempestiva attenzione rivolta non solo al tradizionale prodotto dell’impresa torinese, la tenda, non più diffusa nel campeggio di massa, bensì usata nell’escursionismo e all’alpinismo sportivo e specialistico. Infatti, oltre che nelle tende tecniche adatte ai nuovi usi, la ricerca tecnologica applicata della Ferrino si indirizza ora anche alla progettazione e realizzazione di una vasta gamma di prodotti per l’outdoor, ovvero per quell’insieme di attività, per lo più sportive, da svolgere in campagna, montagna e al mare, come l’escursionismo, l’alpinismo, l’arrampicata, il trekking, lo sci nelle sue varie versioni, il rafting, il parapendio, il mountain biking.

L’impresa sposta dunque per tempo il suo core business su un mix di prodotti più ampio e a più alto valore aggiunto, intercettando una domanda nuova, di matrice angloamericana, dalla forte espansione in Europa e in Italia, con prodotti che anche in Estremo Oriente trovano un saper fare produttivo di cui Ferrino si avvale e un mercato in crescita.

In realtà, già alla fine degli anni Settanta Ferrino ha allargato il perimetro dei suoi prodotti oltre le tende scegliendo la strada della produzione diretta in un piccolo stabilimento a Piovà Massaia, nell’Astigiano - dove si producono zaini, sacchi a pelo, trapunte da letto - in carico alla Wilfer, una società costituita con i francesi di cui l’impresa torinese è agente per l’Italia. Ma si tratta di un’attività durata solo una decina d’anni fino alla cessione della società, quando la strategia cambia e consiste nel far realizzare i prodotti all’estero comprandoli da aziende produttrici locali autonome.