Imprese Longeve

 

Fiat: un gruppo familiare, imprenditoriale e manageriale sempre grande nel tempo

DI PARIDE RUGAFIORI

Dal 1899 a oggi, da Torino al mondo, Fiat è sinonimo di automobile. In realtà l’automobile offre un’immagine efficace ma parziale della complessa traiettoria di un’impresa a lungo articolata in attività e interessi molteplici e diversificati, pur senza mai abbandonare il core business delle macchine per il trasporto di uomini e cose.

E nella coralità della sua storia si intrecciano le vicende degli Agnelli, una dinastia imprenditoriale sempre proprietaria in Fiat, e di generazioni di manager e lavoratori nel contesto di una continuità della grande dimensione unica per il capitalismo privato italiano del Novecento.

Crisi e ripresa

Tuttavia questo percorso strategico, se mantiene alcune linee di continuità, nei fatti si sviluppa attraverso forti contrasti interni e correzioni di marcia anche drastiche.

Un primo passaggio è segnato dallo scontro tra Ghidella e Romiti, due protagonisti decisivi del rilancio. Ghidella punta a una grande impresa dell’auto con una subholding autonoma che controlli tutte le imprese e le attività legate al trasporto, pari a circa l’80 per cento del fatturato del Gruppo, su cui concentrare il grosso degli investimenti. Il contrario della linea di Romiti, favorevole invece a una conglomerata che punti sulle attività diversificate e sulle società collegate e rimanga saldamente in mano al vertice della holding capogruppo. Tra i due top manager a cedere è Ghidella che esce dalla Fiat nel novembre 1988.

L’altro conflitto interno al vertice coinvolge sempre Romiti, ma contro Umberto Agnelli, l’erede designato alla successione del fratello Gianni, portatore di critiche pesanti all’eccesso di potere nelle mani di colui che sembra il nuovo Valletta, sebbene, contrariamente a Valletta, non sia in realtà un protagonista talmente indiscusso e carismatico da plasmare l’impresa con un imprinting personale della stessa forza. Lo scontro tra i due si sviluppa nel pieno della grave crisi che colpisce anche la Fiat negli anni 1990-1992, quando crolla la domanda di auto e l’impresa torinese elimina dalla produzione oltre mezzo milione di auto, ritrovandosi nel 1992 con quasi 3 900 miliardi di debiti e nel 1993 con una previsione di perdita operativa pari a circa 2 000 miliardi, ovvero quasi l’intero capitale sociale, quando invece gli investimenti necessari sarebbero ammontati a 6-7000 miliardi per il 1993, con un indebitamento complessivo forse superiore ai 10 000 miliardi.

Da questa pesante situazione si esce non per vie interne, ma tramite una forte ricapitalizzazione per circa 4 300 miliardi, sotto la regìa di Mediobanca, che porta all’ingresso di nuovi soci (Deutsche Bank, Assicurazioni generali, Alcatel Alsthom, Mediobanca), in un sindacato di controllo sul 30 per cento delle azioni ordinarie dove la famiglia Agnelli pesa tanto quanto gli altri soci pur avendo vincolato il 20 per cento delle azioni.

Gli Agnelli governano dunque nella loro impresa in coabitazione, come mai prima accaduto. E inoltre Gianni Agnelli e Cesare Romiti, che va alla presidenza del Gruppo, sono impegnati da Cuccia, il grande regista dell’operazione, a durare in carica fino al 1999, con la rinuncia alla successione da parte di Umberto Agnelli, il quale, mentre assume le redini strategiche e operative di Ifi, si trova a dover liquidare importanti partecipazioni dell’Istituto finanziario italiano laniero (Ifil), l’altra finanziaria degli Agnelli, che egli stesso aveva rilanciato in autonomia e dimensioni portandola al livello delle grandi holding finanziarie europee.

È una sorta di commissariamento, forse inevitabile tuttavia certo sgradito agli Agnelli. Non però un’abdicazione della famiglia, come invece sembra a molti. Il suo peso finanziario e gestionale rimane infatti notevole, la sua presenza comunque maggioritaria in Consiglio d’amministrazione. E non a caso tra i consiglieri entra Giovanni Alberto, figlio di Umberto, a indicare che la scelta familiare a favore della continuità rimane netta.

Siamo nel 1993: un anno di crisi, ma anche l’anno di lancio della «Punto», la vettura decisiva per la rinascita della Fiat, la cui produzione si lega a un’ulteriore fase del percorso postfordista in atto, alla lean production, fondata sul simultaneous engineering (fasi di processo che avanzano in parallelo e non in sequenza) e sul just in time (per ottimizzare non tanto la produzione quanto le fasi a monte riducendo al massimo le scorte di materie prime e semilavorati). Si punta così ad accorciare il time to market, facendo leva anche su una nuova struttura organizzativa articolata su unità tecnologiche elementari (Ute), tese a valorizzare la partecipazione e responsabilità dei lavoratori. Un ulteriore intervento decisivo, questo, con epicentro nel nuovo stabilimento di Melfi, cui si dedica un gruppo di manager di sicura competenza (Callieri, Auteri, Garuzzo, Cantarella, Annibaldi, Magnabosco tra gli altri).

Mentre la Fiat si riprende e riaggiusta i conti nel turbine della vicenda di Tangentopoli, Romiti viene designato a successore di Gianni Agnelli alla presidenza del Gruppo quando l’Avvocato lascia, nel marzo 1996, mentre Cantarella diventa amministratore delegato, poi sostituito da Testore. In realtà la nomina di Romiti è solo a tempo, fino al 1998, in attesa della quarta generazione degli Agnelli, ovvero del nipote Giovanni Alberto, con il tutoraggio di Paolo Fresco, che subentra a Romiti nel 1998. Ma Giovanni Alberto muore prematuramente, nel 1997.

Potrebbe essere la fine della sovranità familiare sulla Fiat. Ma non è così.

Infatti Giovanni Agnelli interviene in vari modi per garantire la continuità. Tiene uniti i numerosi componenti della famiglia bloccandone le quote dell’accomandita, la superholding fondata dieci anni prima che controlla le azioni Ifi in mano agli Agnelli, e coopta in Consiglio di amministrazione un altro suo nipote, John Elkann. Inoltre annuncia la revisione del patto di sindacato del 1993 a favore di un patto di consultazione sfilandosi così dal controllo di Mediobanca e riacquistando autonomia decisionale per la proprietà familiare, forte del 30 per cento del capitale azionario di un’impresa che nei fatti è quasi impossibile scalare e comunque attraverso un’offerta pubblica di acquisto totalitaria.

Una piena riconferma della proprietà familiare, quindi, affiancata da una forte presenza manageriale, in linea con un profilo d’impresa che la Fiat aveva iniziato a sperimentare sessant’anni prima e secondo «la migliore formula per costruire un’azienda» a parere dell’Avvocato, ovvero quella di «una famiglia accanto a un grosso azionariato, con un management capace e fedele».