Imprese Longeve

 

Fiat: un gruppo familiare, imprenditoriale e manageriale sempre grande nel tempo

DI PARIDE RUGAFIORI

Dal 1899 a oggi, da Torino al mondo, Fiat è sinonimo di automobile. In realtà l’automobile offre un’immagine efficace ma parziale della complessa traiettoria di un’impresa a lungo articolata in attività e interessi molteplici e diversificati, pur senza mai abbandonare il core business delle macchine per il trasporto di uomini e cose.

E nella coralità della sua storia si intrecciano le vicende degli Agnelli, una dinastia imprenditoriale sempre proprietaria in Fiat, e di generazioni di manager e lavoratori nel contesto di una continuità della grande dimensione unica per il capitalismo privato italiano del Novecento.

Il difficile percorso verso l’impresa globale

Siamo alla fine del secolo e la Fiat celebra il suo centenario nel 1999.

Adesso è un’impresa internazionale, ma non ancora globale quando la sfida della globalizzazione incombe e non consente facili via d’uscita. Tra i produttori di auto si colloca nella fascia di mezzo. Il suo volume produttivo e il mix di modelli sono ancora troppo limitati. Bisogna investire al livello, ben superiore, dei concorrenti almeno europei se si vuole essere competitivi sui mercati maturi e aumentare la presenza in quelli emergenti, dove invece la casa italiana registra qualche battuta di arresto.

È necessario crescere, dunque, anche attraverso accordi con altri produttori.

L’intesa con Volvo non si realizza, ma va in porto nel 2000 l’accordo con la General Motors (GM). La società americana acquisisce il 20 per cento di Fiat Auto, mentre Fiat spa entra con il 6 per cento nella GM. L’accordo prevede anche due joint venture per acquisti e produzioni di motori e cambi e un’opzione put per il gruppo italiano che potrebbe vendere a GM il restante 80 per cento di Fiat Auto.

L’accordo è importante. Va a cadere però nel pieno di una grave crisi finanziaria della Fiat, impegnata a  rastrellare circa 12 000 miliardi di lire in varie forme (tra aumenti di capitale, dismissioni e bond).

Per evitare il collasso, nel luglio 2002 un pool di banche (Capitalia, SanPaolo-Imi, Unicredit, Banca Intesa, Bnp, Bnl, ABN Amro, Montepaschi) attiva a favore di Fiat un prestito di 3 miliardi di euro con scadenza settembre 2005, prevedendo la conversione in azioni qualora l’impresa non sia in grado di rimborsare il bond alla scadenza.

Mentre a Cantarella subentra Galateri dall’Ifil, poi sostituito da Barberis, la Fiat rimane sotto pressione, anche in Borsa: si teme infatti che la ristrutturazione in atto non ottenga i risultati attesi e la casa torinese finisca nelle mani di General Motors, proprio quando si incrinano i rapporti con gli americani, anche loro in difficoltà.

In questa situazione perlomeno allarmante, il 24 gennaio 2003 muore Giovanni Agnelli, gravemente malato e affranto dalla morte tragica del figlio Edoardo. Un colpo molto duro per la Fiat e per l’Italia, che perdono una tra le poche, se non l’unica personalità e icona positiva di livello internazionale.

Un’ulteriore, decisiva spinta al declino ormai inevitabile?

La famiglia Agnelli non abbandona la Fiat. La presidenza viene assunta dal fratello di Gianni, Umberto, affiancato da Morchio quale amministratore delegato, che procede sulla strada del difficile risanamento con risultati significativi. Tra dismissioni e aumento di capitale, al 2004 la Fiat mette in cassa oltre 9 miliardi mentre procede il piano industriale centrato sull’automotive con la previsione d’investire 19 miliardi nei nuovi modelli per fasce diverse di mercato, quando a guidare la Fiat Auto arriva Herbert Demel, un manager di origini austriache.

Ma anche Umberto Agnelli muore, il 24 maggio 2004.

Di fronte all’ulteriore perdita, la famiglia non si disunisce. Forti del sostegno di uomini dall’antica e solida fiducia come Gianluigi Gabetti, presidente dell’accomandita di famiglia, e Franzo Grande Stevens, gli Agnelli respingono la richiesta avanzata da Morchio di sommare gli incarichi di presidente e amministratore delegato del Gruppo, in evidente contrasto con le regole di governance. Alla presidenza viene designato Luca Cordero di Montezemolo, molto vicino all’Avvocato e reduce dai brillanti successi alla Ferrari, in attesa che si consolidi il giovane John Elkann, nipote di Gianni. A Montezemolo  viene affiancato Sergio Marchionne, un manager ancora poco noto in Italia ma molto stimato negli ambienti economici e finanziari internazionali, voluto in Consiglio da Umberto in nome dei risultati ottenuti come amministratore delegato della Société Générale de Surveillance (SGS), leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione.

Mentre il Gruppo torna in utile e Fiat Auto riduce le perdite, con Demel che liquida l’organizzazione per business unit a favore di un assetto articolato in cinque attività commerciali separate, Marchionne affronta lo spinoso nodo dei rapporti con General Motors, arrivando nel febbraio 2005 alla separazione attraverso il versamento a Fiat di un buon corrispettivo, pari a 1,55 miliardi, per la liberatoria dal put a suo tempo concordato. E ottiene anche l’incarico di amministratore delegato di Fiat Auto al posto di Demel per affrontare drasticamente la riorganizzazione nei suoi diversi aspetti (prodotti, produttività, reti di vendita, servizi al cliente), con l’obbiettivo centrale di far crescere la redditività anche tramite un ampio ricambio di manager e dirigenti, il ridimensionamento degli impianti italiani, l’intensificazione delle prestazioni lavorative.

Nel settembre 2005 le banche che tre anni prima hanno concesso il prestito «convertendo» sottoscrivono un aumento del capitale Fiat di 3 miliardi di euro, liberato tramite compensazione dei loro crediti. Ma, prima della conversione, la Exor, società lussemburghese di proprietà degli Agnelli, presidente e amministratore delegato Gianluigi Gabetti e Grande Stevens, tramite un contratto di equity swap con Merryll Lynch opportunamente modificato a tal fine, riscatta azioni di Fiat rastrellate sul mercato che cede a Ifil. In tal modo si evita che l’ingresso delle banche nel capitale Fiat per il 28 per cento diluisca la quota di controllo dell’Ifil, ovvero degli Agnelli, dal 30,6 al 22 per cento circa, esponendoli a un take over ostile e quindi alla perdita del controllo della società. Invece, l’obiettivo di mantenere il controllo viene così raggiunto con vantaggi finanziari e senza passare attraverso un’offerta pubblica di acquisto totalitaria. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2006, Montepaschi e SanPaolo-Imi sono le prime banche del pool a vendere sul mercato la propria quota in Fiat, seguite più tardi da Capitalia.