Imprese Longeve

 

Fiat: un gruppo familiare, imprenditoriale e manageriale sempre grande nel tempo

DI PARIDE RUGAFIORI

Dal 1899 a oggi, da Torino al mondo, Fiat è sinonimo di automobile. In realtà l’automobile offre un’immagine efficace ma parziale della complessa traiettoria di un’impresa a lungo articolata in attività e interessi molteplici e diversificati, pur senza mai abbandonare il core business delle macchine per il trasporto di uomini e cose.

E nella coralità della sua storia si intrecciano le vicende degli Agnelli, una dinastia imprenditoriale sempre proprietaria in Fiat, e di generazioni di manager e lavoratori nel contesto di una continuità della grande dimensione unica per il capitalismo privato italiano del Novecento.

La forza della dimensione

La grande crisi del 1929 colpisce duramente anche la Fiat, la cui produzione di autovetture si dimezza nel 1931 come il giro di affari, mentre il valore delle azioni scende del 70 per cento e gli investimenti si contraggono. Licenziamenti e tagli dei salari si accompagnano a mutamenti della classificazione e retribuzione del lavoro (il cottimo Bedaux) che incontrano opposizione e resistenze tra i lavoratori malgrado l’azione repressiva del regime fascista. A sostenere il Gruppo sono le occasioni offerte da quella diversificazione sempre perseguita, in grado di compensare per quanto possibile le difficoltà dell’auto con i buoni risultati degli altri settori produttivi di «terra, cielo e mare» presidiati dall’azienda, che accentua in questo difficile frangente un saper fare già consolidato da general contractor di grosse operazioni impiantistiche, come nell’URSS dei primi anni Trenta. Né si abbandona anzi si espande l’attività di produzione e montaggio su licenza di vetture da tempo diffusa in tutta Europa.

La risposta alla crisi s’incardina anche nel lancio di un’auto, la «508 Balilla», presentata nel 1932, la prima vettura con cui la Fiat punta su un segmento allargato di consumatori, venduta già in 12 000 pezzi nel primo anno di commercializzazione, a conferma della buona accoglienza del mercato.

E mentre la guerra di Etiopia attiva interessanti forniture, la Fiat presenta nel 1936 la piccola «500», ribattezzata dal pubblico «Topolino», progettata da Dante Giacosa, una vettura meno economica di quanto ipotizzato ma in grado d’intercettare una domanda più ampia, allargata a fasce di utenti della piccola e media borghesia. La «Topolino» ha successo, almeno se riferito alle dimensioni dell’ancora ristretto mercato italiano, ma non permette comunque di raggiungere la soglia critica richiesta da una produzione di massa. Infatti, nel decennio 1931-1940 la produzione complessiva di vetture della Fiat, articolata in 6 modelli, si attesta su circa 344 000 unità: numeri ben lontani da consentire lo sfruttamento delle opportunità di una produzione di larga scala generata da un’organizzazione della produzione in senso pienamente fordista, che richiede investimenti molto rilevanti, non giustificati da volumi produttivi di queste dimensioni.

Nella seconda metà degli anni Trenta la ripresa si consolida, sostenuta anche dal riallineamento della lira alle altre monete nel 1936 con la conseguente svalutazione, favorevole all’export di Fiat, esteso anche ai mercati asiatici, mentre l’azienda integra il modesto aumento dei salari e la concessione per legge degli assegni familiari con un’ampia e diversificata offerta di servizi sociali per i dipendenti, gestita direttamente e tutelata dalle ingerenze del fascismo.

Giovanni Agnelli, ormai anziano, presidente e amministratore delegato, continua ad esprimere una solida leadership. Lo affianca però come direttore generale e dal 1939 nella veste di amministratore delegato un manager destinato a garantire nel tempo che riprenda la continuità familiare al vertice del Gruppo interrotta dalla morte di Edoardo, figlio di Giovanni, nel 1935. È Vittorio Valletta.

Al 1937 il fatturato ha ripreso quota, salendo a 2 miliardi contro i 750 milioni del 1935, dopo il ritorno all’utile nel 1934 e tre anni senza utili (1931-1933), mentre gli addetti risalgono a circa 50 000 unità.

Sempre nel 1937 viene avviata la costruzione del grande stabilimento di Mirafiori, inaugurato due anni dopo, nel 1939, in occasione del quarantennio della Fiat, alla presenza di Mussolini che non raccoglie consensi diffusi tra i lavoratori.

Nel pieno della politica autarchica e del consolidamento di una vasta area statale dell’economia tramite l’Iri, il rapporto tra Agnelli e Mussolini, tra il vertice della Fiat e il Duce del fascismo, rimane teso. L’interesse a mantenere relazioni che non incrinino ricadute profittevoli per ambedue - per Fiat soprattutto la garanzia della stabilità e della disciplina sociale - evita scontri aperti ma non rimuove un dissenso mai rientrato. Dai vincoli autarchici - che comunque non impediscono alla Fiat di fare buoni affari all’ombra della nuova politica - agli interventi a favore della motorizzazione, ritenuti del tutto inadeguati dalla casa torinese, dalla legislazione fiscale sul capitale delle anonime, peraltro temperata, all’alleanza inevitabilmente subalterna con la Germania, criticata da Agnelli perché contraria agli interessi di Fiat sia nei paesi liberaldemocratici che nell’Europa centro-orientale, i punti di attrito con il regime non mancano e s’intrecciano al profondo divario negli stili di comportamento.

Inoltre Agnelli è contrario all’intervento italiano in guerra, spera che, se non altro, si ripeta una lunga non belligeranza tale da agevolare il ruolo di fornitore internazionale a tutto campo per i contendenti di ambo le parti da parte della Fiat, come in effetti avviene pur tra le difficoltà per la scarsa disponibilità di materie prime e valuta pregiata nel 1939-1940.

Invece, inaspettato, scatta l’ingresso in guerra a fianco di Germania e Giappone, con l’Italia del tutto impreparata. Il sogno della vittoria, che aleggia anche in Fiat, dura fino al 1942 in sintonia con la crescita della produzione bellica, ma via via sfuma per crollare con i pesanti bombardamenti alleati della fine del 1942 e i grandi scioperi operai del marzo 1943.

E dal 1942, non a caso, si avvia la prudente ma continua azione di sganciamento di Fiat da Mussolini e dal regime con l’attenzione rivolta agli Alleati, americani in testa, e all’antifascismo moderato.  Poi, dopo l’inaspettato crollo del regime del luglio 1943, prende avvio la camaleontica politica di navigazione a vista in difesa dell’integrità aziendale e proprietaria, mantenuta tra l’occupante tedesco, l’aggressività del fascismo repubblichino, le forze della Resistenza e gli Alleati, in un contesto di grave rischio personale anche per gli stessi alti dirigenti dell’impresa. In questa fase drammatica e delicata, fino alla liberazione dell’aprile 1945 e negli altrettanto delicati mesi successivi, l’abile timoniere della Fiat è Valletta, amministratore delegato unico dal marzo 1943, quando, molto provato, si dimette Giovanni Agnelli, il fondatore delle Fiat, che muore due anni dopo, il 16 dicembre 1945.