Imprese Longeve

 

Fiat: un gruppo familiare, imprenditoriale e manageriale sempre grande nel tempo

DI PARIDE RUGAFIORI

Dal 1899 a oggi, da Torino al mondo, Fiat è sinonimo di automobile. In realtà l’automobile offre un’immagine efficace ma parziale della complessa traiettoria di un’impresa a lungo articolata in attività e interessi molteplici e diversificati, pur senza mai abbandonare il core business delle macchine per il trasporto di uomini e cose.

E nella coralità della sua storia si intrecciano le vicende degli Agnelli, una dinastia imprenditoriale sempre proprietaria in Fiat, e di generazioni di manager e lavoratori nel contesto di una continuità della grande dimensione unica per il capitalismo privato italiano del Novecento.

Verso Sud, verso il mondo. Ristrutturazione e rilancio

La ristrutturazione della Fiat nella prima metà degli anni Ottanta è segnata da un processo di revisione dei processi produttivi basato sull’automazione graduale degli uffici e degli impianti, con l’introduzione di macchine robotizzate e sistemi computerizzati di regolazione e di controllo, di monitoraggio, diagnostica e gestione, senza dimenticare le lavorazioni della componentistica sottoposte a una crescente razionalizzazione. Nel procedere d’interventi labour saving durante gli anni Ottanta e Novanta, si avvia il superamento della vulnerabile fabbrica tayloristica e non solo come risposta alle conquiste sindacali sia in termini di condizioni di lavoro migliorate che di controllo del lavoro - non più affidato al comando rigido della gerarchia quanto piuttosto al coinvolgimento partecipato degli stessi lavoratori - ma anche per rispondere con flessibilità alla domanda mutevole e alla congiuntura oscillante dell’economia, recuperando e mantenendo livelli elevati di produttività e qualità.

Queste innovazioni di processo si legano alle innovazioni di prodotto: dal motore «Fire» al modello «Uno» del 1983, l’auto simbolo di un rilancio di Fiat Auto che molto deve a Ghidella e ai suoi uomini, mentre il Gruppo valorizza le proprie attività anche negli altri settori in cui opera (come in siderurgia con Teksid e nei veicoli industriali con Iveco fino agli apparati di comunicazione con Telettra, alle macchine utensili automatizzate con Comau, alle produzioni avio, di trattori, di macchine movimento terra).

Ma al centro del rilancio e del risanamento del Gruppo rimane la Fiat Auto, che tra il 1980 e il 1985 passa da circa 3 400 miliardi di debiti a 158 miliardi di crediti, con un aumento di redditività e utili decisivo per portare il Gruppo dai 422 miliardi di passivo nel 1980 ai 1 682 di utile consolidato nel 1985, mentre si riducono di due terzi i debiti, pari a oltre 7 000 miliardi nel 1980. Il rilancio consente che tra il 1984 e il 1985 si tratti per un accordo strategico con Ford, molto voluto da Ghidella ma destinato ad arenarsi sui dissensi in merito alla maggioranza nella joint venture. E sempre in contrasto con Ford, nel 1986 la Fiat acquisisce l’Alfa Romeo in forte crisi dalla Finmeccanica, diventando così l’unico grande produttore automobilistico italiano, dopo che nel 1969 aveva rilevato anche la Lancia.

Sempre nel 1986 i libici cedono le azioni Fiat, in parte riacquistate dagli Agnelli che controllano così direttamente e indirettamente circa il 40 per cento del Gruppo, e in parte ricollocate da Mediobanca tra molte difficoltà e polemiche.

Nel 1987 il Gruppo Fiat è secondo, dopo l’Iri, tra le società italiane per fatturato, pari a circa il 4 per cento del prodotto interno lordo italiano, con oltre 750 società italiane ed estere controllate o partecipate. Una grande impresa privata in Italia, ma non altrettanto a livello mondiale (è al cinquantunesimo posto), a livello europeo (solo quindicesima) e tra le case automobilistiche (solo ottava), mentre si avvia la liberalizzazione dell’import da paesi terzi e sul mercato domestico già si vendono quattro-cinque auto straniere su dieci. In questa situazione o si cresce o si rischia il declino.

Prosegue quindi negli anni Ottanta e Novanta  l’espansione produttiva di Fiat in Italia, avviata negli anni Settanta, con insediamenti rivolti al Centro ma soprattutto al Mezzogiorno d’Italia, sfruttando il forte sostegno statale. Per la produzione automobilistica si costruiscono e avviano impianti a Termini Imerese, poi a Cassino e Termoli, ridefiniti in fabbriche ad alta automazione, a Sulmona, Vasto, Sevel Val di Sangro, a Pratola Serra e a Melfi, il modello Fiat più avanzato di fabbrica integrata, che inizia la produzione nel 1993. Ma anche a Lecce, Bari, Brindisi per le macchine movimento terra, i trattori, i motori avio. Intanto la presenza produttiva a Torino si riduce. Nel giro di cinque anni, al 1993, quando viene chiuso lo stabilimento di Chivasso, dieci anni dopo la chiusura dello storico Lingotto, gli addetti Fiat all’auto nella città piemontese sono passati da 58 000 a 37 000. A Mirafiori lavorano adesso in 26 000 circa (erano 53 000 a fine anni Sessanta e 40 000 ai primi Ottanta), a Rivalta circa 9 000 contro i 18 500 di vent’anni prima.

Ma la sfida della dimensione a livello internazionale non può che vincersi sulla stessa dimensione di scala. Di qui lo sforzo teso a internazionalizzare ulteriormente le attività del gruppo, non solo con i tradizionali accordi di collaborazione progettuale e produttiva con produttori esteri (da Peugeot a SAAB a Bendix), anche se Fiat esce da Seat, ma puntando a un più marcato profilo d’impresa transnazionale con l’impianto di stabilimenti o sistemi di stabilimenti dedicati all’intero ciclo produttivo e collocati in aree di mercato in crescita (Brasile, Argentina soprattutto, e Russia, ma anche Turchia e India) interessate a modelli di fascia piccolo-media. Nella stessa strategia di sviluppo globale si collocano Iveco e New Holland, la società a maggioranza Fiat costituita nel 1991 con Ford, dedicata alla produzione di macchine per l’agricoltura e le costruzioni. Del resto anche la proprietà di Fiat, pur rimanendo sotto il controllo degli Agnelli, si è aperta ad azionisti esteri, sei su quindici in Consiglio di amministrazione a fine anni Ottanta, con Deutsche Bank e Bsn Danone tra gli altri.