Imprese Longeve

Italgas

Italgas: l’impresa che fornisce energia a imprese, enti e cittadini da quasi due secoli

DI PARIDE RUGAFIORI

Nata a Torino a metà dell’Ottocento per produrre e distribuire gas per l’illuminazione
e il riscaldamento, l’Italgas si espande rapidamente su scala nazionale fino a diventare un grande gruppo di imprese chimiche, elettriche e di servizio dopo la Prima guerra mondiale.

Ritornata in parte alla missione originaria con il riassetto avviato negli anni Trenta, l’Italgas rimane un’impresa privata fino al 1967 quando passa all’ENI, diventando protagonista della metanizzazione in Italia.

Forza e debolezza della tradizione. Ricostruzione e «miracolo economico»

Superata la Seconda guerra mondiale con gravi ma non irreparabili danni, l’impresa riprende a funzionare più rapidamente di altri gruppi, favorita dalla continuità degli azionisti e del top management, a partire dallo stesso Frassati, costretto a lasciare la presidenza nel 1944 per sfuggire a repubblichini e tedeschi e i cui meriti antifascisti offrono garanzie, evitando lentezze e difficoltà dovute al processo di epurazione.

Nel periodo dalla ricostruzione attraverso gli anni Cinquanta e fino all’inaspettato «miracolo economico», ovvero ai primi anni Sessanta, l’ Italgas mantiene la strategia consolidata, con al centro la produzione e la distribuzione di gas manifatturato. In posizione di quasi monopolio, può tenere un livello d’investimenti sostanzialmente stabile e comunque non elevato,  puntando sulla revisione delle tariffe in una fase di grande incremento delle vendite di gas, decuplicate al 1960 nei confronti dell’immediato dopoguerra. Il livello dei profitti, la solidità del gruppo, ma anche le previsioni di crescita ulteriore del mercato interno, fanno di Italgas una società in grado di garantire reddito in sostanziale tranquillità.

Stupisce tuttavia che l’impresa di Frassati, scomparso nel 1961, non s’impegni a fondo nell’utilizzazione del gas naturale, di quel metano sfruttato, al contrario, dall’AGIP sotto la guida di Enrico Mattei. Una linea, questa, destinata a mantenersi anche dopo la costituzione dell’ENI nel 1953 e fino ai primi anni Sessanta, quando alla presidenza di Italgas sale un altro torinese dalla forte personalità, Paolo Thaon di Revel, che decide alcuni interventi nella metanizzazione, percepita fino ad allora dai vertici aziendali come una via subalterna all’egemonia del capitale pubblico espresso dall’ENI.

Ma a questo punto riemerge, pressante, il problema del finanziamento e la necessità di nuovo capitale esterno. Non basta puntare sugli azionisti storici, cui si è aggiunto il Vaticano attraverso alcuni suoi enti guidati dall’Istituto per le Opere di Religione (IOR), rappresentato da Giulio Pacelli e Massimo Spada nel Consiglio di amministrazione dell’Italgas, rimasta una società a larghissima base azionaria, con oltre 60 000 soci.

Di qui l’ingresso nel sindacato di controllo della Società Finanziaria Italiana (SFI) di Baldini, Cartotti e Palazzi, che nel 1960 ha in mano la maggioranza relativa del capitale azionario di Italgas. Ma tre anni dopo, tra il 1963 e il 1964, la SFI viene posta in liquidazione e i suoi dirigenti imputati di vari reati economici e valutari, con grosse perdite anche per Italgas, costretta a chiudere il bilancio senza distribuire dividendi per la prima volta dal dopoguerra.

Mentre il grosso delle azioni in mano alla SFI passa al gruppo Italcasse, l’impresa torinese vive alcuni anni d’incertezza, in assenza di iniziative e in attesa dell’intervento pubblico.