Imprese Longeve

 

La Stampa: informazione come impresa

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Da quasi un secolo e mezzo “La Stampa” si colloca tra i pochi, grandi protagonisti della stampa italiana. Un giornale e un’azienda dal passato e dal presente ricco di esperienze innovative, sempre all’avanguardia editoriale e tecnologica, in grado di animare e difendere la libertà di opinione in fasi molto dure della storia italiana mettendo in campo risorse giornalistiche di grande rilievo. Senza mai tradire le profonde radici nella terra in cui si pubblica.

“La Stampa” di Alberto Frassati

Siamo nel 1895. Un anno di svolta nella storia del quotidiano torinese. Il 30 marzo 1895, infatti, il giornale cambia il titolo principale della testata, diventato “La Stampa”, pur conservando quello originario come sottotitolo fino al 1908. Decisione, questa, funzionale al progetto di un quotidiano nazionale, autorevole, aperto alla discussione delle idee, alla lotta dei princìpi, a un’informazione articolata e attendibile. Un titolo nuovo, dunque, per un progetto nuovo e ambizioso che molto deve ad Alberto Frassati.

Frassati, nato a Pollone, figlio della buona borghesia biellese, è stato giovane collaboratore della “Gazzetta” dal 1888 e redattore tre anni dopo. Alla fine del 1894 è entrato come socio di minoranza nella società in nome collettivo Roux Frassati e C. - che subentra all’accomandita, sciolta -  costituita con Roux e Giuseppe Mario Viarengo, e nominato condirettore della “Stampa”. Nell’ottobre 1900, a soli trent’anni, Frassati ne diventa il direttore. Un anno prima, a fine 1899, la società in nome collettivo è stata sua volta sciolta per costituire con lo stesso nome - Roux Frassati e C. - una società in accomandita con 220 mila lire di capitale. Frassati (40 mila lire) Roux e Viarengo (80 mila lire ciascuno) ne sono soci gerenti e il barone Augusto Ferrero (20 mila lire) accomandante. Nel 1902 Roux cede la propria quota a Frassati uscendo dalla società che cambia la denominazione in A. Frassati e C., seguìto da Ferrero tra il 1902 e il 1904, quando la società, con lo stesso capitale, risulta composta solamente da Frassati, adesso socio di maggioranza con 140 mila lire, e da Viarengo con 80 mila lire.

Il nuovo, giovane direttore e proprietario mette in campo notevoli capacità manageriali e imprenditoriali, che rilanciano “La Stampa”.

L’ammodernamento degli impianti è continuo come l’affinamento tecnologico e organizzativo, in una gestione attenta e prudente, capace di portare il quotidiano verso bilanci positivi dal 1902, nella convinzione che solo l’autonomia finanziaria garantisca quell’indipendenza e autonomia di giudizio ritenuta fondamentale da Frassati, sempre attento a mantenere e migliorare un modello editoriale equilibrato tra informazione, commento politico, cronaca quotidiana e alto livello delle pagine culturali. Un giornale d’informazione, dunque, ma al tempo stesso d’opinione, autorevole e influente nella vita politica, parlamentare e governativa, e nella società, come dimostrano anche il nuovo supplemento dedicato allo sport e la rivista “La Donna”, rivolta al pubblico femminile.

Ben distribuito, con una foliazione passata da sei a otto pagine nel 1907, ricco di collaboratori prestigiosi (da De Amicis a Gozzano, da Pastonchi a Monelli) e di giornalisti affermati, il quotidiano torinese vede crescere la tiratura prima verso le 50 mila copie poi, in continua ascesa, fino a punte di 300 mila a ridosso della Grande guerra.

“La Stampa” di Frassati - nel pieno del decollo industriale di cui Torino diventa un polo trainante - individua come traguardo politico una democrazia liberale che punti al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, s’innervi in un’economia dinamica e forte di imprenditori e lavoratori attivi e coinvolti, sia aperta al confronto sindacale, ai valori laici e fondata sulla collaborazione tra liberali progressisti e socialisti riformisti. Non stupisce quindi che il riferimento di Frassati e del suo quotidiano sia e rimanga Giovanni Giolitti, ritenuto l’unico statista portatore di un disegno realistico e pragmatico, pur nella spregiudicatezza manovriera dell’azione politica.

La linea filogiolittiana è confermata nel tempo, come in occasione della guerra di Libia nel 1911, quando “La Stampa” si schiera a favore dell’intervento coloniale, e nel 1914-15, quando il giornale torinese è invece favorevole alla neutralità italiana nel conflitto, anche perché Frassati presagisce che lo scontro militare non potrà non tradursi in duro conflitto sociale, aprendo spazi alle forze rivoluzionarie. Come in effetti accade nel dopoguerra, nel biennio 1919-20. Ancora una volta il direttore e proprietario del quotidiano non fa mancare il sostegno a Giolitti in un’ottica liberal progressista, aperta alla collaborazione con i socialisti riformisti e, nel 1921-22, favorevole a una coalizione estesa anche ai popolari di Don Sturzo che crei un argine al fascismo montante.

Fallito l’inserimento del fascismo nel quadro costituzionale, Frassati, con al fianco Luigi Salvatorelli, non deflette da una chiara posizione liberaldemocratica anche nel pieno della crisi Matteotti e fino al 1925, esponendo “La Stampa” - che tira ancora 176 mila copie giornaliere - alla repressione del governo Mussolini. Per Frassati diventa così impossibile  continuare nella guida del quotidiano e nel novembre 1925 si dimette dalla direzione.

Nel 1926 la proprietà esclusiva del giornale passa alla Fiat che rileva le quote di Frassati, di Gualino e dello stesso Agnelli - i quali ne avevano acquisito un terzo nel 1920 - tramite la neocostituita Società anonima editrice La Stampa.