Imprese Longeve

 

La Stampa: informazione come impresa

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Da quasi un secolo e mezzo “La Stampa” si colloca tra i pochi, grandi protagonisti della stampa italiana. Un giornale e un’azienda dal passato e dal presente ricco di esperienze innovative, sempre all’avanguardia editoriale e tecnologica, in grado di animare e difendere la libertà di opinione in fasi molto dure della storia italiana mettendo in campo risorse giornalistiche di grande rilievo. Senza mai tradire le profonde radici nella terra in cui si pubblica.

“La Stampa” di Giulio De Benedetti

Dopo la Liberazione, con la sospensione delle pubblicazioni e la gestione commissariale, “La Stampa” riprende a uscire il 18 luglio 1945 per l’intervento degli Alleati, contestato da una forte reazione operaia e popolare e dal Cln, contrario alla riedizione del giornale plasmato dal fascismo, ma, dopo alcuni giorni di ulteriore blocco, torna in edicola con il titolo “La Nuova Stampa”, il 21 luglio 1945, anno primo e numero primo, per indicare la rottura con il passato.

A gestire il giornale torna Alberto Frassati, tollerato da Agnelli, che è oggetto di epurazione e con le attività sequestrate, mentre diventa direttore Filippo Burzio, ingegnere e intellettuale ricco di molteplici interessi scientifici e culturali.  Dalla fine del 1946 la proprietà della testata appartiene per il 67 per cento alla Società editrice La Stampa (ovvero alla Fiat) e per il restante 33 per cento a Frassati, mentre la gestione viene affidata a una società in accomandita semplice, la Giornale La Stampa di Bozzola, Marsaglia & C., il cui capitale sociale, 100 mila lire, è ripartito tra la Società editrice La Stampa (66 per cento), Frassati (23 per cento), la Ceat di Tedeschi (9 per cento), Stefano Marsaglia (vicino a Frassati, con l’1 per cento) e Carlo Bozzola (amministratore Fiat).

Il quotidiano, cui si unisce la “Nuova Stampa Sera” dall’aprile 1947, recupera rapidamente tiratura, passata da 110 a 142 mila copie già nel 1945 e a 180-200 mila nel 1949.

Un anno prima, nel gennaio 1948, con la morte di Filippo Burzio, è diventato direttore Giulio De Benedetti, già condirettore.

De Benedetti, astigiano, dopo aver lavorato alla “Stampa” ha diretto brillantemente fino al 1931 la “Gazzetta del Popolo”, portata da 40 a 250 mila copie - le dimensioni di un diffuso giornale popolare - superando proprio “La Stampa”. Costretto a lasciare la “Gazzetta” e ripescato da Agnelli per collaborazioni anonime, il giornalista, ebreo, deve riparare in Svizzera. Vicino al Partito liberale, con cui collabora nella Resistenza, rientra alla “Stampa” e ne rileva la direzione. Per un ventennio è il vero leader, il protagonista del rinnovamento verso il profilo di un quotidiano nazionale, conosciuto e autorevole anche a livello europeo tra anni Cinquanta e Sessanta.

De Benedetti ha una visione del giornale come prodotto unitario, organico, le cui parti acquisiscono significato nel suo contesto complessivo. Punta a un foglio vivace, chiaro, attento ai problemi sociali, alle modificazioni di un paese, l’Italia, che percepisce in movimento nell’ambito di un’Europa unita. Svecchia la terza pagina, modernizza l’impaginazione, introduce la pagina economica e la fortunata rubrica di dialogo con i lettori “Specchio dei tempi”, aprendo all’attualità, ai problemi quotidiani, ai temi e dibattiti che percorrono la società con un approccio e un linguaggio moderato, riformista, dialogante, all’insegna di un liberalismo progressivo, di un  laburismo popolare che nei duri e conformisti anni Cinquanta non è diffuso nella stampa italiana.

Attento alle novità nella sinistra moderata italiana e sostenitore del centrosinistra, antifascista (pronto a schierare “La Stampa” contro la tentata svolta reazionaria del luglio 1960) e anticomunista, il direttore costruisce un giornale moderno, forte di giornalisti e collaboratori di grande qualità (da Gorresio a Forcella, Statera, Bettiza, Ronchey, Giovannini, oltre a Borio, Neirotti, Frittitta - i più stretti collaboratori di De Benedetti – Levi, Comisso, Vittorini, Jemolo, Galante Garrone, Piovene, Bacchelli). Un giornale rivolto a un pubblico ampio, socialmente trasversale, dalla media e piccola borghesia moderata e aperta al nuovo fino agli strati sociali operai, fortemente presenti in una città company town come Torino, dove solo alla Fiat gli occupati si contano in decine di migliaia.

Certo, il quotidiano è attento a non urtare gli interessi della proprietà, finita totalmente in mano alla Fiat che tra il 1955 e il 1956 rileva le quote degli altri soci nella società editrice e in quella di gestione, fuse nel 1967 con la presidenza di Gianni Agnelli. In effetti il rifiuto dei toni pesanti, da crociata, dell’anticomunismo frontale come di un linguaggio da regime, serve a fare opinione in favore del colosso automobilistico anche nel mondo operaio, disegnandone un profilo umano, collaborativo oltre la realtà di fatto. Ma serve anche ad alzare le vendite, a irrobustire quell’autonomia finanziaria del giornale che è pur sempre un fattore di autonomia nei confronti della proprietà, il cui uomo decisivo, il vero decisore anche per “La Stampa”, è in realtà un manager, Vittorio Valletta, il presidente dell’editrice, affiancato da Bozzola come amministratore delegato.

I dati confermano ampiamente la crescita: nel 1963 il quotidiano tira in media 387 mila copie giornaliere e ne diffonde 328 mila, sei anni dopo, nel 1969 sale a 510 e 425 mila, con favorevoli ricadute sui bilanci dell’editrice, positivi tra il 1949 e il 1952, in rosso tra il 1953 e il 1958 ma tornati in profitto nel decennio successivo.

Dall’agosto 1968 “La Stampa” viene prodotta in una nuova sede, costruita sui migliori livelli di un’Europa cui il giornale rivolge grande attenzione, ma progettata prima che scatti la seconda rivoluzione della stampa (quella dell’offset, dell’automazione).

Alla fine del 1968 Giulio De Benedetti, ormai quasi ottantenne, lascia il giornale raccogliendo il brusco invito di Gianni Agnelli, succeduto a Valletta, che nomina al suo posto Alberto Ronchey.