Imprese Longeve

 

La Stampa: informazione come impresa

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Da quasi un secolo e mezzo “La Stampa” si colloca tra i pochi, grandi protagonisti della stampa italiana. Un giornale e un’azienda dal passato e dal presente ricco di esperienze innovative, sempre all’avanguardia editoriale e tecnologica, in grado di animare e difendere la libertà di opinione in fasi molto dure della storia italiana mettendo in campo risorse giornalistiche di grande rilievo. Senza mai tradire le profonde radici nella terra in cui si pubblica.

Nel regime fascista

Gli effetti della fascistizzazione della stampa nazionale si fanno sentire anche sul quotidiano torinese, diretto da Michelotti nel 1925-1926.

Gli succede Andrea Torre, un nazionalista ex nittiano allineato con Mussolini, che licenzia redattori, corrispondenti e collaboratori non disposti a farsi condizionare supinamente dalle pressioni fasciste, malgrado Agnelli opponga una certa resistenza alle intrusioni di regime nel suo giornale se non altro rallentandole e ammorbidendole con ragioni tecniche, economiche e giornalistiche, di fronte al calo della tiratura.

Licenziato Torre, nel 1929 la scelta cade su un giornalista e scrittore di tutt’altro profilo, Curzio Malaparte, estroso e spregiudicato, pronto a scontrarsi con i gerarchi del fascismo come Balbo e Farinacci. Mentre evita di entrare in collisione con Mussolini, il nuovo direttore si fa aiutare da un altro fascista arrabbiato e polemico, Mino Maccari, nuovo redattore capo, ma presto costretto a lasciare per i suoi attacchi alla retorica e al malcostume di regime. E vivacizza il giornale, forte di collaborazioni brillanti, da Moravia ad Alvaro, da Campanile a Praz, con un allargamento degli argomenti trattati e delle inchieste, un uso della fotografia inedito per l’epoca e una maggiore attenzione per lo sport anche tramite la firma di Vittorio Pozzo, due volte campione del mondo alla guida della squadra nazionale di calcio nel 1934 e nel 1938. Un’azione, quella di Malaparte, che anima il serioso ambiente giornalistico torinese.

Ma dura poco. Agli inizi del 1931 Malaparte viene silurato per vicende erotico-finanziarie sgradite alla proprietà e sostituito dall’ex segretario del Partito nazionale fascista, Augusto Turati. Ne risulta un ulteriore appiattimento sulle posizioni ufficiali del regime, malgrado Turati si lasci andare a imprudenze sgradite, come attaccare gli industriali idroelettrici, far intervistare e recensire Riccardo Gualino, detestato dal Duce, e intervenire nella vita pubblica cittadina oltre i confini concessi da Mussolini e dalla stessa proprietà.

Nel 1932 gli subentra Alfredo Signoretti, capo dell’ufficio romano. Una soluzione interna e di basso profilo, destinata a segnare uno dei periodi meno brillanti nell’ormai quasi secolare vicenda della “Stampa”. Il giornale va in crisi, perde lettori e influenza malgrado il rinnovamento degli impianti, il rilancio di “Stampa Sera” - il foglio pomeridiano - e le collaborazioni di rilievo. Sebbene ormai largamente omologato al e dal regime, il quotidiano torinese viene comunque ritenuto da Mussolini e dai vertici del partito non fascistizzato a sufficienza come del resto i suoi proprietari, Agnelli e la Fiat, a conferma di una stretta totalitaria sempre più forte ma incompleta, anche secondo la percezione dei suoi stessi attori principali.

Signoretti guida il giornale fino al 25 luglio 1943, al crollo del regime.

Dopo Varale e Burzio nei quarantacinque giorni badogliani, durante la Repubblica sociale si succedono alla direzione Appiotti, Pettinato e Scardaoni fino all’aprile 1945. Anni di guerra, di collaborazionismo e di resistenza ai nazifascisti pure alla “Stampa”, dove non manca la repressione contro quanti non si arrendono, come nel caso della trentina di dipendenti arrestati nel marzo 1945 e non sottoposti a processo solo perché un mese dopo Torino è liberata dai partigiani.