Imprese Longeve

 

Peyrano: il tempio del cioccolato

DI IVAN BALBO

 

Nell’atto di celebrare un secolo di vita, la Peyrano festeggia anche la rinascita con la famiglia degli storici proprietari, il rilancio ad un passo dalla chiusura. La parabola della Peyrano, una delle poche aziende italiane a gestire l’intero ciclo del cioccolato, racconta una realtà in bilico tra laboratorio artigiano e impresa: un’azienda capace di conservare antichi procedimenti e la tradizionale qualità delle materie prime mentre innova e rinnova il prodotto attraverso l’abile uso del packaging.

Tre donne al vertice. I primi successi degli anni Trenta

È in ogni caso il decennio successivo a registrare una prima svolta nelle sorti dell’azienda. Giacomo, infatti, sposa Luigina Piazza, detta Angiola, destinata in breve tempo ad assumere nell’impresa una funzione centrale benché fino agli anni Settanta non attestata formalmente dagli atti notarili relativi all’azienda. Un riconoscimento ufficiale ha invece intanto ottenuto la suocera Giovanna Peyrano e la di lei madre Agnese Maronetto, comproprietarie della società di fatto costituita nel 1931, alla morte di Lucia, e denominata ora “Eredi Peyrano Lucia”. Ancora donne, quindi, ben tre, alla guida dell’azienda, in collaborazione con l’unico maschio Giacomo, che peraltro non risulta ufficialmente socio.

Sono le donne, con Angiola in un ruolo trainante, a trasformare un locale adibito eccezionalmente ad esposizione e rivendita in un negozio vero e proprio, arredato con grandi scaffali di legno scuro e vetrinette su cui si allineano i cioccolatini e i grandi vasi di caramelle colorate; alle pareti vengono affisse le lettere di ringraziamento e congratulazioni provenienti dalla nobiltà e dalle Case Reali di tutta Europa, a testimonianza di un successo che travalica i confini nazionali. Queste le prime abbozzate strategie di marketing, in sostituzione di politiche promozionali più strutturate cui l’impresa non ricorre. D’altronde la reputazione della Peyrano si diffonde presso la clientela, soprattutto la upper class torinese, attraverso un passaparola che via via sostituisce l’atteggiamento degli anni precedenti, caratterizzato dalla gelosa conservazione del nome e dell’ubicazione dell’impresa. L’elitario target cui si rivolge l’azienda le consente una politica di prezzi elevati, peraltro giustificati dall’alta qualità delle materie prime e dal valore aggiunto di un lavoro di stampo artigianale: ne risulta più comprensibile l’insensibilità della Peyrano alle difficoltà economiche degli anni Trenta, e in particolare all’aumento dei costi del cacao, materia prima d’importazione soggetta a contingentamento, così come del prezzo dello zucchero, sostenuto dalle politiche oligopolistiche degli industriali saccariferi.

E tutto sommato la Peyrano attraversa indenne anche la seconda guerra mondiale, quando la famiglia si rifugia in una cascina a Rivodora, nei pressi di Superga, e i proprietari si limitano a qualche avventurosa puntata in laboratorio per produrre un cioccolatino del tipo “mandorla amara”, ottenuto con una piccola scorta di cacao e di zucchero e destinato ad una ristretta cerchia di clienti.