Imprese Longeve


Società Reale Mutua di Assicurazioni: continuità di una tradizione

DI PARIDE RUGAFIORI

 

Dal 1828 la Società Reale Mutua di Assicurazioni opera nel settore assicurativo con l’originale profilo mutualistico iniziale. Da piccola compagnia torinese impegnata solo nel ramo incendi è cresciuta alle dimensioni di un Gruppo attivo nei vari rami assicurativi in Italia e all’estero, dimostrando nel lungo periodo una grande capacità di tenuta e d’innovazione senza tradire le sue peculiari radici storiche.

Tra guerre e fascismo, la tenuta nella Grande crisi

Tra il 1930 e il 1934 anche l’economia italiana entra in fase gravemente recessiva, nel pieno della grande depressione, dopo che già dal 1927 l’eccessiva rivalutazione della lira ha provocato un rallentamento.

Gli effetti della crisi sono notevoli anche per la Reale Mutua, che alla fine degli Venti ha raggiunto risultati importanti, passando dal 23 per cento di crescita del lavoro diretto italiano nel ramo incendi nel 1914 al 30 per cento nel 1929. Nella crisi si contraggono i valori assicurati mentre si riducono le tariffe per la brutale concorrenza, ma la Società mostra di saper reggere alle difficoltà, segnando un aumento dei valori assicurati e dell’utile industriale, senza perdite di esercizio. Meno colpita di altre compagnie da storni e morosità, trova i punti di forza nel profilo mutualistico che fidelizza i soci, non solo clienti ma partecipi della sorte della Società; nella coesistenza di vari rami di attività (dal 1933 anche il ramo Grandine) tale da poter bilanciare le perdite in alcuni con gli utili in altri; nell’oculatezza e tempestività degli investimenti, non accentuando troppo i mobiliari, soggetti alle richieste di natura politica (come i prestiti nazionali), ed espandendo invece quelli immobiliari, specie a Roma e Torino, pari a circa 35 milioni negli anni della Grande crisi.

La crisi non impedisce vari adeguamenti statutari tra il 1930 e il 1934 i cui effetti contribuiscono a sostenere lo sforzo societario in atto. Si ottiene infatti da un lato una maggiore rapidità nelle operazioni sul mercato assicurativo separando le norme statutarie vere e proprie da quelle di carattere meramente contrattuale, dall’altro uno snellimento della struttura di governo della Società, trasformando il Consiglio generale nell’Assemblea dei delegati con poteri analoghi alle assemblee generali delle anonime, e la Giunta del Consiglio generale nel Collegio sindacale, mentre viene posizionato al vertice il Consiglio di amministrazione, eletto dall’Assemblea.

Dopo le dimissioni di Luigi Collino da presidente, carica ricoperta tra il 1927 e il 1929, per contrasti interni, e durante la presidenza dal 1929 al 1945 di Giuseppe Brezzi, ingegnere e senatore, anche direttore generale e presidente della Cogne dal 1921 al 1934, gli interventi riorganizzativi proseguono durante gli anni Trenta. Si specializzano le gestioni dei vari rami accentrando la contabilità; l’amministrazione del patrimonio passa ad una sola gestione; la produzione, ovvero l’acquisizione dei nuovi rischi, viene accentrata in un’unica direzione a favore di una condotta unitaria del lavoro assicurativo vero e proprio.

Con il superamento della crisi, tra il 1935 e il 1940 la Società torna a conseguire risparmi consistenti, malgrado i non brillanti risultati ottenuti in merito alle tariffe pur attraverso una politica di cartelli e di accordi, sostenuta dalla Reale, che non riesce comunque a controllare l’insieme delle compagnie, e la corsa al ribasso dei prezzi almeno fino al 1939-41, ormai nel pieno della guerra, quando i problemi sono ben altri.

Sempre negli stessi anni, tra il 1935 e il 1940, la strategia degli investimenti non si modifica:  cautela verso le operazioni mobiliari (che aumentano del 18,1 per cento in lire correnti, da 105 a 124 milioni), maggiore interesse per quelle immobiliari (da 55 a 83 milioni, con un aumento del 50,9 per cento), concentrate a Milano, Bolzano, Reggio Emilia e Roma. Intanto la Società cresce (da 500 mila a 800 mila soci) anche attraverso i portafogli delle piccole mutue piemontesi poste in liquidazione confluiti sia nella Reale che nella Piemontese, la mutua regionale appositamente costituita su impulso della stessa Reale.

Pronti a rispondere alla richieste del regime in sostegno delle sue attività politico-sociali nel clima di esaltata retorica del tempo, quando alle alte sfere del fascismo e al Duce stesso vengono anticipate le scelte di riforma e le designazioni alle cariche sociali anche da parte della Reale, i suoi vertici mantengono un ossequio e una vicinanza meno formale con la Corona, la Chiesa cattolica, il Vaticano e il Pontefice piuttosto che con i gerarchi fascisti, anche se non manca un episodio grave come il caso di Remo Garosci, dirigente costretto a lasciare la Mutua nel 1935 per la militanza antifascista in Giustizia e Libertà, che gli costa due arresti tra il 1932 e il 1935.

L’ingresso dell’Italia in guerra non è condiviso dalla Reale, prevedendone le ricadute negative per la Società, interessata a sfruttare gli spazi che la non belligeranza italiana amplia ai contratti sui mercati inglese e francese specie per le riassicurazioni. Con la Guerra le difficoltà si fanno via via più gravi. I danni alle proprietà immobiliari e alle sedi, compresa la sociale di Torino, le perdite di vite umane, l’isolamento di una buona metà delle agenzie con l’Italia spaccata in due, la  perdita di importanti relazioni con l’estero dopo il 1941 - quando ancora si concludono 335 trattati di riassicurazione in 14 paesi - si uniscono ai crescenti controlli sulle valute e sul settore assicurativo, alla paralisi del commercio, al peggiore andamento dei sinistri, all’inflazione e alla svalutazione monetaria che, insieme alla crisi economica, si prolunga nel dopoguerra. I conti della Reale si appesantiscono così dal 1940-41, quando le spese di acquisizione e amministrazione iniziano a crescere fortemente a fronte del ribasso delle tariffe e i bilanci registrano perdite consistenti negli anni 1942, 1943 e 1944, quando, per la prima volta, il reddito patrimoniale non riesce a coprire il disavanzo della gestione industriale.